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22 gennaio 2010 5 22 /01 /gennaio /2010 03:44
Dear-Collectrices.jpgIt is a recurring theme in
discussions among collectors:
Why is the art world dominated by guys?


Dear "Collectrices": Is it really a man's (art) world?

Is it, really? The facts seem to be indisputable: Whether you check the top artists on Artfacts or the lists of influential art people and billionaire collectors on Forbes, only a few women are included. And only 37 % of the members at Independent Collectors are female, although this seems to be a surprisingly high figure for some.

But what if this is less a problem of actual presence and more an inbuilt glitch in the way such data is gathered?

Leaving the top selling artists and the matter of scale aside for a moment, could it be that there are actually more active women in the art world in general and among collectors in particular? Couldn't it be that "collectrices" are just less outgoing and tend to brag less about what they are doing? The male-dominated list of "most active" collectors at Independent Collectors supports this thesis.

From our experience, women who definitely are collectors by the usual standards are more often reluctant to call themselves collectors than their male counterparts. They seem to be more modest and less likely to define themselves through their collection. But there has to be a truth in the statement of gallery owners who say: It is a man's world. They must know who they're selling to, right?

Independent Collectors wants to find out what the situation is like beyond the glitter and glamour surface.

So if you are a collector, female or otherwise, you are invited to join Independent Collectors to contribute to the discussion and, who knows, maybe we'll learn that there are more women collectors than everybody thought.

Independent Collectors
Schlesische Str. 28
D-10997 Berlin
Germany
http://www.independent-collectors.com
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22 dicembre 2009 2 22 /12 /dicembre /2009 05:12

Storia-della-satira.jpg

Storia d’Italia nel pennino della satira

L'idea


Dal 1848 ad oggi si sono succedute numerose riviste satiriche, giornali in cui appare almeno un esempio di grafica pungente nei confronti della realtà sociale.

Ripercorrere la loro storia significa ripercorrere la storia d’Italia e rivivere l’evoluzione del costume attraverso lo sguardo caustico di vignettisti e corsivisti.

La satira assume un grande significato culturale per il nostro Paese per due motivi: l’ampio e crescente seguito di appassionati e le eccellenti firme che ne hanno accresciuto il valore , tra cui quelle di Signorini, Tricca, Tofano, Fellini, Scola, Amurri, Scarpelli, fino ai più recenti Staino, Forattini, Giuliano, Fremura e molti altri ancora.
Un notevole patrimonio storico che fino ad oggi non ha ricevuto un’adeguata valorizzazione.

La mostra Storia d’Italia nel pennino della satira nasce con l’intento di dare la giusta visibilità alla satira e rivalutarne autori e testate ormai scomparse, senza entrare nel merito di alcun giudizio politico, esito peraltro improbabile dal momento che i vignettisti da sempre si sono distinti per la diversità delle loro posizioni


La satira e le origini


Il 1848 è l’anno che segna la nascita della rivista satirica

in Italia. La prima è L’Arlecchino di Napoli, seguita a breve
da Il Lampione di Firenze e Il Fischietto di Torino.

Fin dal loro apparire le riviste satiriche conquistarono
il pubblico ed ebbero una larga diffusione che con il passare
degli anni rese possibile, per alcune testate, una tiratura
di oltre trecentomila copie, dato estremamente interessante
considerato il basso tasso di alfabetizzazione dell’Italia.

In qualche caso esse furono addirittura impiegate come
ausilio per l’insegnamento della lingua italiana e della lettura,
in quanto le grandi tavole colorate che le caratterizzavano
costituivano una facilitazione all’apprendimento.

Dal 1848 a oggi si sono susseguite numerose testate
di differente diffusione geografica (locale o nazionale)
e orientamento politico, tutte però accomunate dal grande
merito di raccontare ai contemporanei e ai posteri una storia
d’Italia alternativa e fornire chiavi di lettura della realtà
politico-sociale nuove e caustiche.

Il progetto tecnico-scientifico
Storia d’Italia nel pennino della satira
racconta la storia italiana per immagini e con strumenti multimediali, in modo originale e non didascalico.

A questo scopo la mostra utilizzerà proiezioni, filmati e postazioni multimediali, che permetteranno di sfogliare virtualmente le pagine dei giornali storici e contemporanei.

Il visitatore si potrà immergere in un viaggio multimediale composto da immagini, testo e didascalie a commento di eventi storici, personaggi, icone e fenomeni di costume delle epoche storiche prese in considerazione.

L’esposizione ospiterà in grandi bacheche i preziosi originali delle
riviste, mentre alle pareti saranno affisse maxifotografie di facile
lettura.

Il catalogo della mostra
Edito da Il Pennino, il catalogo della mostra è composto da 300

pagine e contiene oltre 400 immagini. Le ultime 40 pagine del volume raccologono le 1100 schede delle riviste di satira selezionate, che costituiscono la prima e più completa catalogazione della storia della satira italiana.

Il progetto, oltre al contributo del prof. Gian Paolo Caprettini, docente all’Università di Torino, ha meritato l’attenzione del senatore della Repubblica Giulio Andreotti, che ha scritto una sua speciale introduzione al volume.

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21 dicembre 2009 1 21 /12 /dicembre /2009 03:41

N--2-illustrazioni-Vale.jpg

Aldo Belli - "Il Carnevale tra satira e censura"

Estratto dal capitolo 5

Ad assecondare il gusto di questa borghesia, a divertire masse di italiani che si apprestano a partire verso conquiste assurde, sconfitte epocali, nasce a Roma nel marzo del 1931 un giornale che costituirà a suo modo, attraverso gli anni, una pietra miliare nella storia della stampa umoristica e satirica: Marc'Aurelio". (Adolfo Chiesa: "La satira politica in Italia". Ed. Laterza, Bari 1990).


E' interessante questo osservatorio per evidenziare i nuovi filoni della satira sotto il Regime ("Marc'Aurelio" in poche settimane raggiunse una tiratura di 30-35 mila copie, decuplicata nel periodo 1935-1940). La nuova rivista interpreta alcuni degli atteggiamenti e dei modi di essere di certa piccola borghesia dell'epoca, soprattutto romana, trasferendo nel lessico quotidiano battute, personaggi e macchiette (il Gagà di Attalo, Genoveffa la racchia), lancia le campagne "in favore del pedone che non riesce ad attraversare la strada in un mare di macchine, o le polemiche contro i cani alla radio, cioè i pessimi cantanti, o le battute in difesa dei vespasiani che andavano scomparendo, quelle sugli autobus affollati, contro il pane gommoso, o i prezzi del gas, del telefono, della luce, dell'acqua, dei cinematografi".

 Ma, più avanti, il "Marc'Aurelio" non resta indietro "a nessuno nell'esaltare l'impresa, negli insulti al Negus, nelle battute pesanti nei confronti della gente di colore, nei lazzi e nelle offese verso quelle nazioni -Inghilterra in testa- che hanno decretato le sanzioni contro di noi... contribuisce a portare avanti la bassa retorica colonialista dell'epoca" e "...non trascura il compito di affiancare il regime nella sua aspra, spocchiosa polemica contro Francia, Inghilterra, America e Russia... E non mancano, naturalmente, in piena campagna antisemita, le battute sugli ebrei..."
I Carri di Viareggio rimangono indifferenti ai motivi che progressivamente alimentano "il regime del consenso" attorno al Fascismo. Fedeli allo spirito originario rinnovano ogni anno il loro coro di evasione e di allegoria ridanciana e bonaria che calamita in città decine di migliaia di persone da ogni parte d'Italia.

 

Aldo Belli 

 

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29 aprile 2009 3 29 /04 /aprile /2009 22:28

L'immagine che vedete qui a lato, pubblicata su Nature, è quella del cervello di un volontario che ha accettato di sottoporsi a un esperimento condotto al Dipartimento di Psicologia dell'Università di New York . A lui, e ad altri 14 soggetti, è stato chiesto di immaginare di vincere una grossa cifra o di ricevere un premio. E mentre lui si vedeva sul podio, con il pubblico che applaudiva, i ricercatori, guidati dalla neuropsicologa Elisabeth Pelphs. hanno analizzato il suo cervello con la risonanza magnetica funzionale. L'immagine ci dice che quando si ha un pensiero positivo si attivano le aree del nucleo cingolato anteriore e dell'amigdala; quelle cerchiate in rosso.
Secondo i ricercatori, queste due aree sono collegate all'ottimismo, qualità che nello studio è stata valutata con un questionario. La risonanza magnetica ha infatti svelato che nel cervello dei più ottimisti l'attivazione del nucleo cingolato e dell'amigdala, in risposta a pensieri positivi, era più intensa che nei pessimisti. E non sembra un caso che studi precedenti abbiano osservato, nel cervello dei depressi, anomalie nella struttura e nell'attività di queste due zone.

Ma a che cosa servirebbe l'ottimismo? Gli autori dello studio hanno provato a dare una risposta: "Aspettarsi che accadano eventi positivi" si legge nello studio "può servire per motivarci e orientare i nostri comportamenti presenti al raggiungimento degli obiettivi futuri".

Edito da Moebius (rivista di scienza)

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28 aprile 2009 2 28 /04 /aprile /2009 02:44
Delta, la renaissance de Lancia

FIAT GROUP AUTOMOBILES MAROC a présenté la nouvelle Lancia Delta au Hayatt Regency de Casablanca le 27 avril 2009.

Dans l’alphabet grec, la lettre Delta correspond à notre D latin.
Delta fait racine commune avec le daleth des alphabets phénicien et hébreu. Delta en majuscule, c’est un triangle pointé vers le haut. Ce qui évoque l’embouchure d’un fleuve, d’où le delta des géographes. En aéronautique, on parle d’aile delta ou de deltaplane du fait de ce même aspect triangulaire. Comme en anatomie où le deltoïde est ce triangle de muscle à l’arrière de l’épaule. Pour les physiciens et les mathématiciens, Delta est le signe universel de la différence, au sens de résultat d’une addition.

Saison après saison, la collection Lancia Delta bouscule les conventions et ne cesse d’imposer sa différence dans un marché où l’audace n’était hélas plus guère de mise… Calandre magistrale rehaussée d’optiques de phare agressives, toit « flying Bridge » soulignant sa ligne fluide et aérodynamique, intérieur particulièrement spacieux derrière un gabarit compact, multiples innovations destinées à sécuriser et simplifier vos déplacements : Lancia Delta ne fait rien comme tout le monde et c’est là toute sa différence. Ce qui tombe bien puisque vous n’êtes pas - vous non plus - un conducteur comme tout monde…

Après une longue période creuse marquée par quelques restylages des Ypsilon et de la Musa, Lancia tente de renouer avec son glorieux passé. La marque centenaire lance cet été la Delta, une berline compacte à l'allure bien soignée.

Dessinée par le centre de style de Lancia, la Delta affirme l'héritage maison à travers un design à la fois élégant et sportif - la Delta d'origine s'est illustrée en compétition dans les années 80. A l'intérieur, la marque a également joué sur l'ambiance raffinée et high-tech : chaîne hi-fi Bose, lecteur MP3, système multimédia Blue&Me de Microsoft, GPS de Magneti Marelli, toit panoramique (en option) et planche de bord dont le revêtement, reproduisant l'aspect et le toucher du cuir, a été emprunté aux Maserati.

A son lancement sur le marché européen, la nouvelle transalpine utilise un large choix de motorisations essence et diesel variant de 120 à 200 chevaux, associées à des boîtes de vitesses manuelles, robotisées ou automatiques à 6 rapports. L'alerte de franchissement de ligne est proposée en option dans les systèmes d'aide à la conduite, et l'assistance au parking (la conducteur dose l'accélération, la voiture se charge de la direction) fera son apparition en 2009.

La Delta est proposée avec un large choix de personnalisation. Douze teintes de carrosserie, douze assortiments "bicolores" ainsi que plusieurs types de jantes et de couleurs d'habitacle sont au programme.

Avec ce nouveau modèle, Lancia espère doubler ses résultats dans les deux prochaines années. De 120.000 exemplaires écoulés en 2007, le groupe Fiat entend propulser Lancia à 300.000 ventes dans le monde en 2010.


Site : www.lancia.fr

See photo gallery of the evening

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24 aprile 2009 5 24 /04 /aprile /2009 02:32

Por Yesel Melo

La memoria colectiva como portadora de conocimientos sobre los hombres y su historia se ha convertido, a través de los años, en motivo recurrente en la obra de muchos creadores. Se apoya en aquellas zonas donde el hombre puede resistir firmemente frente a los mecanismos de la globalización mundial. Muchas comunidades, invadidas por la industria política, económica y cultural, se han dado a la tarea de valorar y conservar dichos conocimientos como el recurso más valedero de oposición y firmeza.

El artista mexicano Idaid Rodríguez, invitado a la Décima Bienal , se vale del tema y logra una pieza comprometida con su espacio y con su época. La importancia que amerita, para las nuevas generaciones del barrio La Fama , el rescate de la textilera La Fama Montañesa , ubicada en Tlalpan, D.F., es la trama central de la pieza. Inaugurada en el año 1831, se le consideró en 1986 monumento histórico de la ciudad, y fue clausurada en 1998 para pasar a convertirse en basurero del centro comercial mexicano.

En la actualidad la fábrica, al quedar deshabilitada, dejó a muchas personas de la zona sin la principal fuente de recursos y de trabajo. La otrora textilera es ahora un sitio vedado para los jóvenes del barrio, quienes no pueden estar en contacto con el pasado valioso de su comunidad. El artista apela entonces a los recuerdos de familiares y conocidos, y recrea para las nuevas generaciones la memoria de tan emblemático lugar.

Al emplear objetos, fotografías, lenguaje de señas y remembranzas atesoradas por los trabajadores de la fábrica, el artista configura una pieza como La fama perdida”, obra en la que se fusionan y complementan, en un mismo espacio, diferentes elementos artísticos. Instalación, video y pintura dialogan armónicamente y se obtiene un discurso bien atractivo y sólido.

En un panel, un video donde un ex trabajador, Oscar Sánchez, muestra el diccionario de señas creado para comunicarse dentro de la industria. Palabras como hilar, pavilador, conera, urdido, acabar y otras como baño, comer, casa, dormir, bien y buscar, eran empleadas debido al ruido que prorrumpían las máquinas. Frente a este se proyecta, en otro panel, una fotografía fija de una banda musical integrada por los trabajadores de la fábrica. En la esquina inferior derecha son expuestas, en secuencias, fotos personales conservadas por los familiares sobre la estadía de sus antepasados en este lugar, mientras se reproduce, por una voz humana, el ruido de los aparatos. Detrás de estos paneles el autor refleja, en tres cuadros, imágenes del lugar según la interpretación de lo que le contaron, mientras en el centro se exhiben agujas, carreteles de hilo y otros instrumentos de labor.

La pieza se encuentra enclavada en el Pabellón A de la Cabaña. La solución curatorial propicia un equilibrio perfecto entre el tema que se refleja y el tópico histórico. Resuelta con esmerada lucidez, la obra logra insertarse perfectamente en los propósitos de la cita.

Las sensaciones de pérdida y vacío son manejadas por Idaid con el fin de provocar en el espectador los mismos sentimientos de los pobladores del lugar. El gradual interés por recuperar lo usurpado o invadido, apelando a la memoria del individuo protagonista de la historia, se convierte en la actualidad en una de las principales armas contra la globalización. Obtener la información precisa del pasado inmediato para consolidar el ahora de muchos pueblos, tiende a ser preocupación constante en las nuevas generaciones.

Cuestionar las historias de saqueos y de dominación, enfrentarse a los métodos cada vez más agresivos y violentos de la era global, llega a considerarse una de las más practicadas dinámicas de oposición a los planes de conquista de una cultura sobre otra. Asumir una postura y defenderla es una opción del individuo. Definitivamente, Idaid Rodríguez toma parte de ello.

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23 aprile 2009 4 23 /04 /aprile /2009 03:48

ARTE: ¿ONÍRICO?

 

Proyecto La Palabre des Anges / Guy Wouete

Por Yadira Rodríguez Suárez y Gabriela García Azcuy

Son los sueños todavía
los que tiran de la gente
como un imán que los une cada día
Gerardo Alfonso


En el mundo contemporáneo, el sistema económico-político-social y cultural totaliza y manipula los espacios y formas de expresión, por lo que el arte se manifiesta como un espacio de libertad donde el hombre puede generar ideas y expresar contenidos que trascienden el ámbito de lo artístico hacia una perspectiva social, antropológica, axiológica y epistemológica.

Un carácter de protesta y rebeldía contra “lo establecido” guía estos nuevos procesos artísticos, que alcanzan su máxima expresión en los países del llamado Tercer Mundo. La participación activa de los artistas ha servido de denuncia social dentro del marco de la problemática de guerra, pobreza, migración y explotación que padecen estas regiones. Y es la lucha por preservar y rescatar los valores humanos el motivo esencial en la obra de Guy Wouete.

Proveniente de Camerún, este artista africano participa, por segunda ocasión consecutiva, en la Bienal de La Habana. Su propuesta consiste en un video-instalación, Las palabre des anges, compuesto por tres proyecciones simultáneas que dialogan entre sí para responder a una misma línea temática. “Volcano”, ”Africa best deal I”, “La liste est longue”, son reflejo de una búsqueda continua por hacer repercutir su arte en el ámbito de la crítica social.

Guy representa, con su propio cuerpo, el proceso de erupción de un volcán, metáfora que sugiere el sentimiento de frustración e impotencia del hombre marginado, discriminado y desvalorizado, frente a las circunstancias inalterables de un sistema absolutista y opresor. Sin embargo, ideas como la que se presenta en la segunda proyección: “We never had a choice, but we are still alive” (Nunca tuvimos oportunidad, pero aun estamos vivos), hablan de un espíritu cargado de esperanzas y sueños. En este caso, no es su objetivo encontrar una respuesta a los conflictos socioeconómicos que hoy someten al hombre, sino demostrar que no todo está perdido, que en las manos de la humanidad está el poder del cambio.

En el tercer proyecto audiovisual, el artista revela una extensa lista de sueños que constituyen aspiraciones reales. Entre las ideas que pone de manifiesto, otorga especial interés a la máxima “Un mundo mejor es posible”, y depende de nosotros rescatar el verdadero poder, que no corresponde a la élite ilegítima del grupo de los ocho.

Su obra es un llamado a la conciencia del hombre por rescatar su auténtica identidad, que se ve manipulada, y en gran medida ultrajada, frente a la era de la globalización, un fenómeno que cada día cobra mayor fuerza en la gran diversidad de sociedades y culturas. El artista no pretende dar una solución a estos conflictos, sino que utiliza el lenguaje corporal y textual, e incluso el silencio, para transmitir su mensaje de esperanza, de fe en una realidad inmediata y posible para el mundo. Wouete no limita su lucha a Camerún o a África, sino que traspasa fronteras territoriales e ideológicas. Su arte interactivo transmite un mensaje inmediato y a su vez trascendental.

Lo onírico en su obra se convierte en el arma, en el modo de lucha, en el detonante para la unión y consecución del objetivo humanista, pacifista y de justicia social que él enarbola.

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10 aprile 2009 5 10 /04 /aprile /2009 04:12

Ci-joint un extrait de « Lettre Ouverte d'un critique d'art aux artistes et aux webmasters qui réalisent leur sites. »

par Francis Parent Paris, Juillet 2006

 

Comme beaucoup de gens de ma génération, j’ai eu beaucoup de mal à me « mettre à l’informatique »… Mais il faut bien le reconnaître, cet outil est devenu, en quelques années, absolument incontournable ! Avant, par exemple, il m’arrivait de passer des heures à chercher une référence, pour un texte en cours, dans mon importante bibliothèque ; maintenant, avec l’ordinateur - que j’ai quand même fini par acquérir - un clic sur « Google » et une seconde après, j’ai ma réponse…! 

Il est vrai que les gens de l’Art ont eu particulièrement du mal à admettre qu’Internet puisse intervenir dans un tel domaine où, étrangement, cohabitent depuis toujours, « révolutionnarisme » le plus effréné (le culte du « nouveau ») et « conservatisme » le plus rétrograde (le « Vrai » Art c’est ceci et pas autre chose…). Sauf, bien sûr, pour l’administratif… Et aussi pour une kyrielle d’Artistes... En tous cas ceux qui, lassés de courir après d’hypothétiques marchands et, en conséquence, d’improbables acheteurs, se sont très vite tournés vers cette « toile », censée trouver directement l’amateur aux « 4 coins de l’Hexagone », sinon du Monde… 

Sans parler de la qualité médiocre de la matérialité même de beaucoup de ces sites (je vais y revenir) inondant désormais le Web, on peut se demander si la majorité d’entre eux n’est pas réalisée, d’abord, pour satisfaire l’orgueil personnel de leurs auteurs, Artistes ET Webmasters...

Car en fait, à moins de rechercher des noms précis comme ceux de Picasso, « X » ou « Y ». (autres grands Maîtres qui sont, soit morts, soit « en Galerie », et qui n’ont donc pas besoin de ce type de « site perso » !!!), comment un collectionneur, un institutionnel, un amateur, etc., cherchant sur « la toile » un certain type d’Art, pourra-t-il jamais deviner -et taper sur son clavier- le nom de l’Artiste « Z », au demeurant pas ou peu connu, alors que celui-ci, malgré le fait qu’il peigne au fin fond d’un plateau ardéchois, est peut-être justement formidable et complètement dans l’esprit et le formalisme recherchés ?  

Avec cette profusion de sites et cette confusion (qui ne feront que s’accentuer dans le futur …), le problème essentiel pour l’Art sur Internet aujourd’hui, c’est donc bien:- comment l’œuvre de l’Artiste « Z » peut-elle être réellement vue au delà, très au delà, de l’aire périmètrique de son proche entourage ?  

Avec Google ?…Si l’on y tape, par exemple : « Artistes abstraits » ; il y a 1,2 million de noms à consulter… ! Même en affinant les qualifications, il y aura toujours des dizaines de milliers de noms en réponse…Et de toute façon, aucune manière d’arriver à un comparatif « neutre » d’un pan donné de la création contemporaine…

omissis

S’il arrive que certains sites se regardent facilement, et donc avec plaisir, certains autres sont faits totalement en dépit du bon sens, comme si leur Webmaster s’était fait plaisir dans sa création à lui, et tant pis si le regardeur éventuel, souvent pressé et énervé par tant d’anti-ergonomie, fuit au plus vite (s’il le peut, je vais y revenir) ce lieu…. 

Car le Temps, en cette matière, est encore plus pénible à supporter lorsque : 

·         l’ouverture du site est interminable…

·         aucun indice n’indique comment y entrer, ou qu’un jeu de cache-cache y soit volontairement installé…

·         une musique tonitruante survient, tellement surprenante qu’un réflexe de défense pousse irrémédiablement à refermer le site dans l’instant…

·         des pages de publicité « squattent » outrageusement le travail artistique…

·         des pages se suivent sans repères et sans nom d’Artiste…

·         des images d’œuvres se montrent sans mentions de titres et/ou de technique et /ou de dimensions, etc., ou alors qu’il faille les trouver de façon mystérieuse…

·         se présente une infinité d’images microscopiques sur lesquelles il est demandé de cliquer pour les agrandir ; mais laquelle choisir puisqu’elles sont toutes invisiblement identiques ?

·         s’affiche une image immense, ne rentrant pas dans l’écran du visiteur…

·         des éléments de décoration du site contrebalancent dangereusement la force du « visuel » des oeuvres…

·         des images d’œuvres apparaissent doucement, comme un cadeau fait au regardeur (si celui-ci veut des fleurs il ira chez le fleuriste, mais n’attendra pas devant l’écran, tout le « bouquet »…) !

·         à l’inverse, s’affiche uniquement une litanie de titres d’œuvres, sur lesquels il faut cliquer pour faire apparaître les images correspondantes, si l’on n’est pas déjà parti ailleurs…

·         justement : il est parfois quasiment impossible de sortir de certains sites… 

En un mot, un site n’est pas (uniquement) fait pour faire plaisir au Webmaster ou pour se faire plaisir à soi-même : il est destiné à ce que l’ « Autre », qui s’intéresse à votre type de travail et qui habite dans la rue d’à côté peut-être, mais peut-être aussi au bout du pays et pourquoi pas , à l’autre bout du Monde, puisse d’abord « tomber » dessus.
 
Quelques rappels essentiels pour cela : 

·         l’aspect général du site doit être SIMPLE…

·         la présentation d’une œuvre doit apparaître dès la première page…

·         l’ERGONOMIE de la navigation doit y rester la préoccupation essentielle, de son ouverture à sa fermeture…

·         les images d’œuvres doivent être suffisamment lisibles et agrandissables (problèmes de qualité des images et/ou de leur « poids »)…

·         elles doivent toujours être jointes de leur « pedigree » (dans l’ordre ; titre, date, technique, dimensions (en 1er, toujours la verticale. Ex : un 100 F. peint verticalement se dimensionne ; 162 x 130 et non 130 x 162 !), etc.

·         un texte court (et pas un « roman » que personne ne lira…), d’un Critique ou de l’Artiste lui-même, doit, dès l’ouverture, synthétiser la démarche entreprise afin que, aidé aussi par la signifiance des titres d’œuvres qui vont suivre, les futurs visiteurs puissent se faire une idée plus juste de l’Oeuvre ainsi médiatisée.

·         s’il y a plusieurs types de formalismes simultanés, les classer par thème et/ou par date, et s’il y a plusieurs types de pratiques non équivalentes (p.ex. ; peinture ET sculpture), préciser sur quel type porte le travail principal. 

Voilà, chers amis, ce que je tenais à vous dire… Bien sûr, pour être moins « art assez » à la vision de certains sites… Mais aussi et surtout pour que vous-même puissiez retirer ce que vous êtes en droit d’attendre d’Internet, cette nouvelle chose qui semble en effet être un moyen « magique », mais qui, en fait, n’est qu’un simple outil répondant, ou non, à la façon dont on le questionne…

par Francis Parent, Critique d’Art, membre de l’AICA
(Association Internationale des Critiques d’Art)

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